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Vi proponiamo l'articolo di Giorgia Mecca che ha raccontato le radici dei successi italiani attraverso le parole di Michelangelo Dell'Edera, direttore dell'Istituto di formazione "Roberto Lombardi"
28 marzo 2026
Veloce, troppo veloce. Era il 2000, l'altro ieri. Il tennis italiano conosceva un unico colore, il rosso della terra battuta. Nella repubblica fondata sul gioco del pallone, era consentita un'unica stagione per le divagazioni extra calcistiche, da inizio aprile a metà giugno, in un territorio circoscritto, da Monte Carlo a Parigi passando per il Foro Italico. Altrove non era consentito sognare. Venticinque anni dopo non esistono superfici né terre straniere. Il cemento non è mai stato così soffice. La punta dell'iceberg si chiama Jannik Sinner, che nel deserto californiano ha conquistato il suo titolo numero 25, l'ultimo Masters 1000 on hard court che ancora gli mancava. Dal particolare al generale, l'esempio del numero 2 al mondo è in linea con ciò che accade a tutto il movimento made in Italy e che è una delle chiavi che ha portato 4 giocatori in top 20 (Sinner, Musetti, Cobolli, Darderi).
Prima della rivoluzione, quello azzurro era chiamato marathon tennis, ore e ore sporchi di argilla a remare, game che duravano decine di minuti, pomeriggi infiniti dentro un campo, sangue, sudore e rincorse, nella maggior parte dei casi effimere. È il 2010 e la Scuola nazionale maestri viene trasformata nell'Istituto superiore di Formazione Roberto Lombardi. Il direttore Michelangelo Dell'Edera prende appunti dai francesi, chiama a collaborare professionisti da tutto il mondo. Tra questi c'è Craig O'Shannessy, uno dei guru del tennis contemporaneo. I dati forniti dal coach australiano mostrano che 1'80 per cento dei punti del ranking si conquistano sul duro. Risultato? La Federazione ha aiutato i circoli a convertire la terra in cemento. Nel 2010 in Italia il 95 per cento dei campi era in terra rossa, ora le superfici si stanno uniformando, gli hard court sono passati dal 5 al 40 per cento.

Italia, tutti i protagonisti dei titoli ATP
Anche il gioco, di conseguenza è cambiato. Le maratone sono diventate Fast and Furious, ma non solo. Sempre O'Shannessy mostra ai tecnici federali che il 78 per cento dei punti termina entro i primi 4 colpi, quindi basta quintali di dritti e rovesci diagonali, l'attenzione dei tecnici si rivolge di conseguenza verso i due fondamentali: servizio e risposta e i due colpi a seguire. Filippo Volandri, nel frattempo diventato capitano di Coppa Davis per parlare di questo progetto, lo ha definito un cambio di identità per il tennis azzurro. Dal 1976 al 2019 compreso gli azzurri hanno vinto sessanta titoli Atp, solo 17 su superfici diverse dalla terra rossa. Al contrario, dal 2020 a questo punto del 2026 i tornei conquistati sono 48, di questi solo 14 on clay. Il resto su cemento ed erba.
Jannik Sinner ma non solo, tra i campioni ci sono anche Matteo Berrettini, Lorenzo Sonego, Flavio Cobolli (senza considerare le finali giocate da Musetti, la Coppa Davis e la Billie Jean King Cup, la finale a Wimbledon di Jasmine Paolini, la sua vittoria a Dubai). "Nel Duemila eravamo cinque tecnici. Oggi siamo 70 e abbiamo una rete di 1.300 consulenti, ovvero professionisti dell'area mentale, atletica, ma anche medici, videoanalisti, fisioterapisti, preparatori atletici a disposizione di tutti i giocatori. Un tempo il maestro era un tuttologo, l'allievo lo utilizzava come sparring, mentore, psicologo, punching ball. Oggi uno dei punti di forza del Sistema Italia è la multidisciplinarietà, professionisti federali a disposizione dei team privati tutto l'anno".
Dall'astratto al concreto: nei tornei dello Slam nel pieno della stagione, ma anche ai Futures sperduti la sensazione è che gli Azzurri non viaggino mai da soli. L'altra parola usata per spiegare questo nuovo corso che guai a chiamarlo miracolo è decentramento. "Fino al 2019 erano i giocatori ad andare ai Centri tecnici, oggi sono i nostri tecnici ad andare dai giocatori nei loro circoli. Questo favorisce il dialogo con i maestri, la competenza cresce attraverso il confronto".
Stefano Barsacchi è stato nel team di Francesca Schiavone quando l'azzurra era top 5 e quando ha vinto il Roland Garros. Negli anni ha lavorato con Volandri e con Fognini, è andato a lavorare all'Australian institute of sport prima di tornare in Italia, nel 2016, richiamato da Volandri. "Oggi i team privati ci vedono come un supporto, siamo in contatto quasi quotidiano con gli staff dei giocatori che sono a Miami. C'è fiducia reciproca. Siamo uno sport di squadra".
Tra i Venerati Maestri chiamati ad aiutare il movimento a crescere c'è stato anche Jim Loehr, lo psicologo del tennis più famoso al mondo, l'uomo da cui deriva una frase celebre di Darren Cahill: "Quando fai un bel colpo, sorridi". "Le partite di tennis sono costituite per il 65 per cento circa da tempi morti, attesa tra un punto è l'altro, i pensieri che ti accompagnano in quei momenti non sono rilevanti, sono fondamentali. In Italia l'interesse al benessere mentale è una conquista recente, risale a quindici, vent'anni fa" dice la dottoressa Pierfrancesca Carabelli, preparatrice mentale della Fedarazione. "I nostri atleti vengono seguiti da quando sono Under 10, a volte anche prima. Ma prima di concentrarci su di loro e sulle loro performance, la nostra attenzione si rivolge ai genitori, con corsi di formazione studiati per le mamme e i papà. Ci piace chiedere ai ragazzini di tenere un diario durante i tornei, per abituarli ad avere una memoria autobiografica. Ci aiuta il fatto di non essere più vincolati dai risultati sportivi. Più che la performance conta il benessere".
L'Italia di inizio Duemila era una terra di campioncini junior, enfant prodige che si perdevano appena arrivati nel circuito senior. Oggi, al contrario, si è compreso che vincere da piccoli non serve e anzi, può diventare controproducente. Da Miami al Tc Napoli, tennis speaks Italy. Anche la crescita del numero di tornei del circuito challenger nel nostro paese ha aiutato il Sistema Italia a crescere.
Nella patria di Nadal, Ferrero, Moya, Ferrer, Verdasco eccetera eccetera, oltre a Carlos Alcaraz c'è un piccolo vuoto, quello spagnolo, nonostante i lampi statunitensi del ventenne Landaluce, non si può definire un movimento. Esattamente come la Svizzera del dopo Federer. A chi chiede quali sono i progetti dell'Italia del 2036, dopo Sinner, Musetti e il dream team, Dell'Edera risponde che i tecnici stanno già studiando come evolverà il tennis del prossimo decennio. "Ci saranno rivoluzioni nel calendario, gli Slam forse non si giocheranno più 3 set su 5, gli Under 16 stanno già testando quelle che potrebbero essere le nuove regole". A Miami Jannik Sinner cerca il Sunshine Double prima che il tennis cambi superficie, stagione, continente. Ma per il tennis italiano il red carpet è ovunque.