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Con Sinner numero uno, le Nitto ATP Finals a Torino, gli Internazionali di Roma e un nuovo torneo sull'erba dal 2028, il tennis italiano ha vinto in campo e nella società, scrive Luca Cereda su Famiglia Cristiana
18 aprile 2026
Con Sinner numero uno, le Nitto ATP Finals a Torino, gli Internazionali di Roma e un nuovo torneo sull'erba dal 2028, il tennis italiano ha vinto in campo e nella società, scrive Luca Cereda su Famiglia Cristiana. Ecco il testo integrale dell'articolo.
C'è un'immagine che vale più di qualsiasi statistica. Il 17 maggio 2026, a Roma, in quello spicchio di città tra il Foro Italico e lo Stadio Olimpico, si consumerà qualcosa che avrebbe fatto ridere chiunque vent'anni fa: la finale del Masters 1000 di tennis potrebbe costringere il derby tra Roma e Lazio a spostarsi di data, con il Viminale che ha già chiesto di valutare lo spostamento della stracittadina a lunedì 18 maggio, per evitare la sovrapposizione dei due eventi e facilitare la gestione della sicurezza. Il calcio che cede la precedenza al tennis. Il re che si fa da parte per il nuovo arrivato.
Bisognerebbe fermarsi un momento su questa scena, e guardarla con calma. Non come un aneddoto di cronaca sportiva, ma come il sintomo di qualcosa di più largo, di un rovesciamento di senso che ha impiegato anni a maturare e che adesso, finalmente, è visibile a tutti.
Il calcio italiano, nel frattempo, stava combinando altri guai. Nessuna squadra di Serie A ha raggiunto le semifinali di Champions, Europa League e Conference League: un tonfo assoluto per il movimento, a poche settimane dalla delusione dell'ennesimo Mondiale mancato. Un risultato che non si verificava dalla stagione 2018/19, quando nelle coppe europee il massimo traguardo fu rappresentato dai quarti di finale della Juventus contro l'Ajax. La Premier League ha guadagnato il primo posto nel Ranking UEFA grazie ai propri club: Arsenal, Aston Villa, Nottingham Forest e Crystal Palace. Buoni risultati anche per Francia, Spagna e Germania, entrambe a quota due rappresentanti. L'Italia, l'unica grande assente tra i top five campionati europei.
Siamo il paese che ha inventato il calcio come rito collettivo, che ha trasformato la domenica in una liturgia laica, che ha prodotto Mazzola e Rivera, Baggio e Del Piero, che ha vinto quattro Mondiali. E adesso non riusciamo a portare una sola squadra tra le migliori quattro d'Europa. Nel frattempo, il tennis faceva l'opposto.

Sinner prende tutto, gli scatti della finale
Jannik Sinner, che è ritornato numero uno al mondo con una naturalezza quasi irritante, con la stessa faccia con cui potrebbe andare a comprare il pane, ha trascinato dietro di sé qualcosa di più di semplici tifosi. Ha trascinato un'Italia che aveva bisogno di un modello. Pulito. Silenzioso. Operoso. Una figura che non si atteggia, che non insulta gli arbitri, che non arriva in campo con uno stuolo di procuratori e avvocati a fare da scudo tra lui e il mondo. Sinner gioca, vince, parla poco e bene, poi torna ad allenarsi. È una roba quasi anacronistica, nel circo contemporaneo dello sport-spettacolo. Ed è esattamente per questo che funziona.
Ma sarebbe riduttivo appiattire tutto su di lui. Il fenomeno è più largo. Il tennis italiano ha costruito, negli ultimi anni, qualcosa di sistemico: la FITP ha investito nella struttura del gioco a tutti i livelli — l'Italia è il paese che organizza più tornei della categoria Challenger in assoluto, quella in cui i tennisti più giovani e con meno possibilità economiche possono accumulare punti ed esperienza. E adesso, a confermare le ambizioni di questa federazione, arriva la notizia che dal 2028 l'Italia organizzerà anche un torneo ATP 250 sull'erba, acquisendo per circa 20 milioni di euro la licenza del torneo di Bruxelles, probabilmente a Milano. Sarà il terzo torneo più importante organizzato dall'Italia dopo le [Nitto] ATP Finals — che si terranno qui almeno fino al 2030 — e gli Internazionali [BNL d'Italia] di Roma, che appartengono alla categoria Masters 1000.
Un paese che costruisce infrastrutture, che investe, che pensa al futuro. Confrontatelo con il calcio, dove il dibattito ciclico ruota ancora attorno agli stadi di proprietà che non ci sono, ai diritti televisivi spartiti in eterno tra fazioni contrapposte, ai giovani talenti che emigrano a vent'anni perché qui non trovano spazio.
Ma il confronto che mi interessa di più non è quello sportivo, né quello economico. È quello culturale, e persino spirituale, nel senso più laico della parola.
Il calcio italiano ha vissuto per decenni sull'identità tribale. La curva, il tifo, l'appartenenza viscerale: il tuo club come un'estensione del tuo quartiere, della tua famiglia, di chi sei. C'è dentro qualcosa di bello e di autentico, in questo. Ma c'è anche qualcosa di chiuso, di rissoso, di difficilmente esportabile. Il calcio italiano è diventato, in larga misura, uno specchio fedele dei suoi vizi nazionali: il familismo, la difficoltà a costruire istituzioni che funzionino, il sospetto verso l'altro, il corto-termismo.
Il tennis — quello che stiamo vivendo adesso, italiano e internazionale — ha un'altra grammatica. È uno sport individuale, ma si pratica in una comunità. Richiede disciplina, ma non la disciplina militaresca del calcio antico: richiede autogestione, capacità di stare soli con se stessi, di imparare dagli errori senza che ci sia un capro espiatorio su cui scaricare. È uno sport che ha abbassato le barriere economiche di accesso senza rinunciare alla qualità. Che ha trovato nuovi pubblici, spesso più giovani, spesso più femminili, spesso distanti dalla tradizione sportiva italiana. Che ha costruito una narrativa capace di tenere insieme il gesto atletico e la dimensione umana del campione.

Italia, un tris di cuore e di coraggio
Non si sta dicendo che il tennis sia moralmente superiore al calcio. Sarebbe una sciocchezza, oltre che un'ingenerosità. Si sta dicendo che in questo momento, in Italia, il tennis incarna meglio alcune virtù che il paese fatica a praticare: il merito, la visione lunga, la cura del giovane talento, la fedeltà alle proprie istituzioni.
Due eventi sportivi distanti poche centinaia di metri, che coinvolgeranno decine di migliaia di persone nello stesso weekend di maggio. Sarà un meraviglioso ingorgo, nella città tra le più belle e più caotiche del mondo. Ma la sostanza del discorso è tutta lì, in quella distanza di poche centinaia di metri: non tra il Foro Italico e l'Olimpico, ma tra due modi di intendere lo sport, il tempo, il futuro.
Uno guarda avanti. L'altro, per ora, guarda i propri piedi.